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I fà, gli antifà e il retrolampo storico

di in gazebo, The Long Shot il 28 ottobre 2009 alle 19:20
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I ragazzi di CasaPound ad AostaDi CasaPound in Valle d’Aosta hanno parlato praticamente tutti. Le varie testate giornalistiche locali, limitandosi talvolta ad attestarne telegraficamente l’esistenza e altre volte stroncandola. Alcuni, come Luciano Caveri sul suo sito web, hanno ostentato sdegnata indifferenza: «Che se la aprano – se ce la faranno – questa “CasaPound” ad Aosta, perché affonderanno nel ridicolo».

Altri, a sinistra, si sono mobilitati nel nome dell’antifascismo, diramando comunicati stampa dove si esprimeva preoccupazione per un movimento che si dichiara “fascista del terzo millennio”, facendo sit-in e controvolantinaggio: in pratica, rompendogli democraticamente le scatole.

Da poco è nato un gruppo Facebook (per quanto possa valere) che sta riscuotendo un successo abbastanza trasversale (così ad occhio): un enfatico “Anti fascisti anti-Casa Pound Aosta!!!!!“, con oltre 500 membri iscritti, mentre scrivo.

AVGVSTA PRÆTORIA?
Vedere, come sabato scorso in via Croce di Città, dei fascisti militanti in carne e ossa ad Aosta ha per certi versi un sapore raro, quasi zoologico. Balzano agli occhi: c’è chi si ferma un po’ spaesato come se avesse incontrato degli alieni (magari da Marte) e chi affretta il passo credendo di avere un’allucinazione da Ventennio.

Forse tutto si spiega col fatto che, nell’immaginario storico, la nostra regione non se la sia passata così bene durante il fascismo. Anche se poi, a pensarci bene, forse qualche fascista c’era pure qui. Nel senso: se si esalta tanto la Resistenza locale evidentemente è perchè ha resistito contro qualcuno. Le risse fuori dalla Cogne che infarciscono i racconti dei nonni, dovranno pure aver avuto degli avversari. Si può, infine, immaginare che sia stato qualche fascista ad aver concesso la cittadinanza onoraria a Mussolini ad Aosta e in tanti altri comuni della nostra Valle.

Detto questo, sembra inverosimile che tutti i fascisti di quel periodo in Valle d’Aosta siano arrivati in treno da Roma (chissà se in perfetto orario o, come spesso oggi, con almeno un quarto d’ora di ritardo da Torino). Tant’è che, sabato scorso, qualcuno si fermava, sorrideva, chiaccherava e prendeva il volantino di sensibilizzazione per una minoranza etnica oppressa dalla dittatura birmana, i Karen, distribuito dal movimento.

La cronaca: i fà e gli antifà.
Quando a Palazzo Nuovo, la sede delle facoltà umanistiche di Torino, il blocco studentesco di destra fa volantinaggio è sempre bene allontanarsi. Arrivano gli autonomi di sinistra, volano – bipartisan – qualche insulto, qualche coro, qualche oggetto. Poi arriva la polizia e volano botte. Ora, si può discutere su chi comincia, su chi ha il permesso (morale o formale che sia) di stare lì o meno e, volendo, anche su chi arrivano più tonfate. Resta il fatto che la stragrande maggioranza delle persone “normali” capisce che è il caso di allontarsi.

Motivo per cui, la prima tentazione di chi scrive, nel vedere, svoltando nella piazzetta di via Croce di Città, i militanti di CasaPound con a fianco alcuni militanti “antifascisti” (molti appartenenti a formazioni di sinistra) è stata: «ora mi allontano facendo finta di niente, poi mi giro, aspetto che si menino e scatto foto».

La realtà aostana però è profondamente diversa, per due fattori: nonostante la lontananza politica c’è una forte vicinanza e somiglianza sociale. Poi, ancora più importante, il numero: si parla qui di una ventina di giovani, numeri troppo irrisori per causare tumulti manzoniani. E meno male, ci mancherebbe.
Decido perciò di fermarmi, farmi imbeccare da sinistra e ribaltare domande a destra, e poi magari viceversa.

Matteo Castello, di Sinistra Valdostana, spiega che lui e gli altri giovani erano lì in quanto antifascisti. Alla obiezione «ma loro hanno il permesso di stare là a volantinare» risponde in maniera netta di non essere d’accordo con un certo relativismo democratico che permetta a chiunque, in nome della libertà di espressione, di propagandare idee fasciste e lo fa richiamando l’articolo della costituzione che impedisce «la riorganizzazione del disciolto partito fascista».

All’estremo centro alto.
Da Igor Bosonin, coordinatore regionale, apprendo immediatamente che CasaPound non è un partito, anche se qualche militante è riuscito, in altre formazioni, ad entrare in alcune amministrazioni.
Seconda cosa: «CasaPound non è un movimento di destra, ma di estremo centro alto. Estremo come la vita avventurosa, al centro come Roma, in alto perchè punta all’eterno». A dirla tutta, dopo questa, entrambi non riusciamo a trattenere un sorriso.

Il fatto che Bosonin si autodefinisca «fascista del terzo millennio», mi dà la rara possibilità di fare una domanda diretta, di quelle che nella politica normale non vale la pena porre: «Siete razzisti?», alla quale ovviamente Bosonin risponde «no» e dice che «chiunque appoggia la nostra battaglia è italiano» lasciandomi, pregiudizio mio, un po’ di dubbi su tutti gli altri.
Probabilmente cogliendo i miei dubbi il coordinatore specifica che «noi non siamo contro nessuno, non siamo anti nessuno» riferendosi allo schieramento di sinistra e cavalcando un po’ quel vittimismo che anche Caveri vorrebbe evitare di alimentare.

Poi continua: «Noi ci riferiamo a quella parte di fascismo nota come fascismo sociale: costruire strade, bonificare paludi, eccetera». Dopo questo decido di tornare “a sinistra”, accorgendomi però che il gruppo di “antifascisti” è stato disperso, probabilmente da qualche Digos in borghese.

Perplessità finali.
Ha senso sezionare con un bisturi una parte del fascismo, senza considerare tutto il resto? Viene in mente un noto sketch di Roberto Benigni. Rimaneggiandolo si può dire che è un po’ come prendere Pacciani nei momenti in cui gentilmente salutava il panettiere, chiamarlo “paccianismo sociale”, e scordarsi di tutto il resto.

CasaPound è un pericolo per la democrazia in Italia? No, anche se pare dia qualche grattacapo alle forze di polizia. Si vedano il raid a Raitre, gli scontri durante la manifestazione a Roma contro la riforma Gelmini, l’aggressione alla casa del Grande Fratello, l’installazione di manichini impiccati in tutta Aosta nella notte tra un giovedì e un venerdì di qualche settimana fa, rivendicata nel sito dalla sezione locale.

Sabato scorso, nel giorno dell’intervista, tornavo da piazza Chanoux dove avevo appena sentito gli “Amici di Beppe Grillo”: mi parlavano di fine delle ideologie di destra e sinistra e dell’importanza del ricambio a favore dei giovani.

E’ qualunquismo lo so, ma dopo essermi ritrovato di fronte questi due schieramenti mi è venuto da pensare: «Sticazzi, eccoteli qua i giovani». Quanto sono dalemiano, certe volte.

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